venerdì 21 novembre 2008

A mio padre...

folglie


Vendemmia pugliese, 1975


 


I sogni di quella guerra ormai lontana nei quali Vito si ritrova tutte le notti spossano la sua anima e il suo corpo. Poi, alla mattina, tutto si acquieta lasciando spazio alla realtà, al pensiero per i suoi figli così amaramente amati. Quest’anno l’uva da tavola, spedita in alta Italia e al mercato generale di Napoli, ha reso tanto e Vito è soddisfatto.


I caldi giorni estivi sono passati e adesso non resta che vendemmiare i piccoli dolcissimi grappoli lasciati sulla vite.  Li chiamano i racioppi.


Lo zucchero caldo che scende sulle braccia durante la loro raccolta è un piatto prelibato per le api e non lascia requie perché a fine giornata le braccia sono consumate dal continuo sfregamento nel tentativo di scacciare inutilmente gli sgraditi ospiti a pranzo!


“Bene - pensa Vito - anche quest’anno dovrò mettere su una squadra composta dai miei figli e dai miei nipoti; dovrò anche contattare la cantina sociale per vendere i sei o sette quintali di uva da vino e dopo finalmente avrò finito la campagna”.


Dal mare in lontananza una brezza leggera e profumata e, in ginocchio tra le viti, fumando la sua “ultima sigaretta”, Vito pensa a come dovrà investire i soldi guadagnati e soprattutto se ce la farà a sopportare un nuovo anno di lavoro.


È sempre preoccupato per la sua salute, a volte esagera preoccupando tutti ma è stata quella maledetta guerra, finita ormai da trenta anni, a togliergli la gioia di vivere!


“Questa vite di menavacca* tra due anni dovrà essere spiantata perché ormai troppo vecchia”, continua a pensare.


“E poi dovrò aspettare che il terreno si riposi un po’ per almeno un anno. Vorrei tanto piantare l’uva Italia questa volta…”, inevitabilmente pensa a come farà ad affrontare il naturale calo di guadagno ma le giornate da bracciante nei terreni non suoi ci sono sempre e così si tirerà avanti.


“I ragazzi non devono essere toccati, è importante più della mia vita che possano continuare gli studi perché un giorno non debbano più dipendere dalla terra, dal duro lavoro della campagna”…


… il caldo è insopportabile sotto questa vite ma le cicale accarezzano le orecchie col loro canto insistente; gli steli prosciugati delle foglie si staccano dalla piante e, cadendo, si esibiscono insieme in un ballo piroettato verso terra.


I colori delle foglie, verde, rosso e marrone, formano un arcobaleno, un saluto all’anno di raccolta ormai al termine.


Ancora un’altra sigaretta in ginocchio, un ulteriore calcolo di quanto guadagnerà dalla vendemmia ma Vito continua a voler rimanere lì, gongolato dalla brezza del mare e dal fruscio delle foglie.


“È ora di pranzo, Maria starà già aspettando ed i ragazzi saranno tornati da scuola, come al solito affamati”.


Sulla strada le ultime macchine dei confinanti si dirigono in paese e così decide di alzarsi; si pulisce il pantalone sul ginocchio e con veloci sprofondamenti nel terreno arido si dirige verso la macchina, la millecento che prima o poi dovrà decidersi a cambiare.


La piccola dei suoi figli lo prende sempre in giro: “Guarda, papà, inizia a crescere l’erba in macchina se non ti sbrighi a togliere tutta questa terra”.


“Ah – pensa Vito - se riuscissi a raccontarti come è stato difficile per me da piccolo andare in campagna con u traiein** ed il mulo. Solo alcuni potevano permettersi il cavallo!


La mattina mi svegliavo alle tre; pulivo il mulo, lo uscivo dallo iuso***, lo legavo a u traiein e finalmente, con i tuoi zii e tuo nonno, si partiva.


Il viaggio era lento e placido e tra una buca ed un’altra, sulla strada pietrosa, riuscivo a chiudere gli occhi facendo finta di essere ancora a letto. E ci riuscivo perché il sole non era ancora spuntato ed il buio conciliava la dormita passeggera”.


 


* Menavacca: Uva Regina, dai grappoli bianchi allungati. Letteralmente mena vacca sta per capezzolo di mucca.


** Traiein: il barroccio. Era costruito con legno di quercia. Carro agricolo con pianale montato su due grandi ruote trainate da un mulo o un cavallo.


*** Iuso: sottointerrato della casa adibito a stalla.



Agata Santamaria

1 commento:

  1. Mi aveva detto Lucrezia che era molto bello... Così è.

    Un bacio

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